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Immigrazione

Alla Comunità di Sant'Egidio
l'integrazione è più facile

Imparare per prima cosa l'italiano, prendere pratica in un lavoro remunerativo e  infine  trovare casa: è l'iter da seguire perché l'accoglienza non diventi assistenzialismo. Sono molte le donne immigrate, alcune con figli di pochi mesi, che alla Comunità di Sant'Egidio a Roma seguono questo programma.
Donne che hanno come obiettivo ben preciso quello di diventare al più presto autonome e produttive in una società che stenta ad accoglierle. Alcune sono arrivate dal mare con i barconi e hanno alle spalle non solo il dramma del viaggio, altre provengono da corridoi umanitari. Sono tante, tutte con una gran voglia di futuro negli occhi.
Il Progetto “Madri rifugiate e loro figli: dall’accoglienza all’inclusione”, reso possibile dal sostegno finanziario di Msd Italia, aiuterà 400 di queste donne in quattrocento modi differenti, perché ognuna ha una storia diversa.
«Facciamo tutto il possibile - spiega Daniela Pompei, responsabile alla Comunità di Sant’Egidio per i servizi agli immigrati - affinché  le nostre ospiti diventino in breve tempo autonome e lascino il posto ad altre donne che arriveranno dopo di loro. Da tempo teniamo dei corsi di economia domestica e di assistenza agli anziani in modo che possano trovare un lavoro. Paghiamo loro dei tirocini formativi e diamo anche un contributo per l'affitto di una casa dove vivere in maniera decorosa e autonoma, da sole o con la famiglia”.  
Aiutare queste donne a integrarsi è senz'altro una sfida, ma in un prossimo futuro se ne avranno sicuramente dei benefici, sia a livello economico che di sanità pubblica.
Giancarlo Sansoni
Pubblicato il 21 luglio 2017

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